LA GUERRA DEI MONDI DI ORSON WELLES

La guerra dei mondi di Orson Welles – Versione Italiana

Lola – Rainer Werner Fassbinder

Regia di Rainer Werner Fassbinder

Interpreti: Mario Adorf , Armin Mueller Stahl , Karin Baal , Mathias Fuchs , Barbara Sukova

Altri dati Formato: DVD Durata: 113 Lingua: Area 2 Produttore: Cecchi Gori Anno di pubblicazione 1981 Codice EAN: 8032700992714 Generi: Drammatico , Drammatico

Dati Video Produzione: Cg home video srl Germania 1981 Formato: 16:9 – 1.77:1 Colore: Colore Lingue e Audio: Italiano Dolby digital 2.0 – Tedesco Dolby digital 2.0 Sottotitoli: Italiano non udenti Tipo disco: DVD 9 – Singolo lato, doppio strato

I contenuti

Lola è una ragazza molto bella che si ritroverà a sedurre un assessore dell’urbanistica, pur essendo già amante di un magnate dell’edilizia. Un racconto realistico ambientato nella Germania post-bellica degli anni Cinquanta…Vagamente ispirato a “L’angelo azzurro”, è il secondo capitolo della trilogia fassbinderiana ambientata nella Germania post-bellica. Uno sguardo impietoso sulla germania di Adenauer.

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4 Responses to “ Lola – Rainer Werner Fassbinder ”

  1. da Scaruffi Says:

    Al periodo della ricostruzione, ma con toni eccessivi, ritorna Lola (’81), parafrasi del Blaue Engel: Lola è una prostituta che canta in un bordello di lusso ed è l’amante di uno speculatore edilizio che ha corrotti gli assessori; quando un nuovo assessore, ligio al dovere, minaccia di mandare all’aria il suo impero, il cinico chiede a Lola di sedurlo e di sposarlo; Lola si trasforma in una pudíca nubile tutta casa e chiesa. Il piano riesce alla perfezione e l’integerrimo non si tira indietro neppure quando un assistente gli fa scoprire la vera professione della fidanzata, nello squallore e nella depravazione del cabaret e neppure vedendo che Lola è la donna del boss, ma decide invece di distruggere l’impero criminale dello speculatore; non riesce ad incastrarlo ma deve anzi subire diverse umiliazioni; riesce però ad ostacolare un suo progetto edilizio e alla fine il boss li affronta vìs-a-vìs, gli dice di prendersi Lola se la vuole, che tanto è solo una puttana; Lola pone a sua volta una condizione e assapora il trionfo di entrare in società. E così tutto riprende come prima: lo speculatore può continuare i suoi loschi traffici e Lola resta la sua amante.

    Il melodramma di Fassbinder si appiattisce via via in un kitsch di stereotipi, ostentando citazioni espressioniste e hollywoodiane con una teatralità smaccata. Commedia di costume; il boss è un essere volgare e abietto ma estremamente potente; il giustiziere è austero e integerrimo, ma fondamentalmente un debole; Lola è una cinica opportunista che approfitta della loro lotta per il potere per acquistare a sua volta potere; privato e politico si confondono e diventano una cosa unica, riflesso preciso della società del boom.
    da http://www.scaruffi.com/director/fassbind.html


  2. Fonte critica Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli Says:

    Lola è l’attrazione di un bordello di provincia il cui padrone è il ricco costruttore Schuckert. Seduce un incorruttibile funzionario, lo sposa e rileva il bordello. Scritto dagli stessi sceneggiatori di Il matrimonio di Maria Braun, è meno riuscito, ma più divertente. Morale: sesso e denaro, strettamente legati, determinano la vita degli uomini. Come in Balzac.
    Autore critica:
    Fonte critica Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli


  3. Cineforum n. 217 Says:

    (…) La morte di Fassbinder, come è stata descritta, contiene il senso di questa lotta disperata e perdente contro il non-essere della vita. L’hanno trovato riverso davanti a un televisore acceso dove scorreva a vuoto uno dei tanti «classici» videoregistrati che ultimamente non si stancava di vedere e rivedere; in bocca ancora la cicca, in mano uno dei molti copioni a cui stava lavorando. Si dice che stesse preparando sette film contemporaneamente: un’indigestione di cinema, così come di valium, grappa e sostanze stupefacenti. È ciò che l’ha portato alla morte, all’insegna di un «troppo» che ormai si reggeva solo su se stesso.
    Non era più l’andar sopra le righe inevitabile e quasi naturale dei personaggi fassbinderiani dei primi anni Settanta, che avevano il solo torto di voler vivere in una realtà che negava e reprimeva qualsiasi espressione vitale: la vedova innamorata di La paura mangia l’anima, la ragazza ingenua e sognatrice di Effi Briest, l’omosessuale de Il diritto del più forte emanavano un’energia positiva, perchè il regista trattava queste figure con amore, non le esauriva nella sconfitta, ancorchè inevitabile; creava loro intorno una zona di libertà che era funzionale a produrre le oscillazioni del melodramma, tra momentanee illusioni e cocenti colpi del destino o degli uomini. Quella «zona» era già probabilmente per il regista terra di nessuno, frutto di follia romantica, ma tuttavia resa conflittuale e strenuamente difesa dal personaggio, che diventava «bello» e «vero» in una lotta perdente. Le recenti eroine di Fassbinder invece non devono combattere nessuna guerra: gli ambienti che le circondano sono in disfacimento, non oppongono un’effettiva resistenza; sono anzi le protagoniste stesse a plasmarli con la loro presenza: il corpo, investito come puro valore di scambio, è l’ultimo elemento forte che prende rilievo nella perdita di senso del reale. Le sorti del Reich finiscono per dipendere da una comparsa in pubblico di Lili Marleen, il governo di una città si regge sui traffici della prostituta-cantante Marie Louise, in arte Lola. Nella riduzione della Storia a un palcoscenico di cabaret e delle grandi decisioni a uno scambio postribolare c’è indubbiamente del sarcasmo, ma anche la mancanza di una vera dialettica. Tutti sono nel gioco e tutto, nello stesso tempo, sembra un gioco.
    In Lola il funzionario comunale che istiga l’assessore von Bohm a far giustizia della speculazione edilizia ha un secondo lavoro come batterista nel locale dove si esibisce la cantante. La trovata, prima che grottesca, è strampalata, sa di sceneggiatura buttata giù con approssimazione, senza dignità nella costruzione dei personaggi (che è altra cosa dalla dignità dei personaggi, che può anche mancare completamente; ma allora, come ha mostrato Brecht, ci vuole molta arte a riprodurre la meschineria). L’imprenditore-Mangiafuoco interpretato da Mario Adorf è decisamente sopra le righe, ma qui, a ben vedere, a non esserci sono proprio le righe, l’orizzonte anche stilizzato, ma non di meno definito, solido, chiuso (se no dove sta l’emblematicità?) di un kammerspiele. C’era forse da parte di Fassbinder l’intento di un teatro didattico, che però il più delle volte si riduce alla declamazione nè stentorea, nè stridente, nè straniata di questo o quel ruolo sociale. Alcune presenze «aliene» risultano fastidiosamente pleonastiche, sono appena schizzate dalla sceneggiatura e schizzano via sullo schermo, si riducono a una contaminazione di precedenti film dell’autore: vedi il festoso negro americano, a pensione con von Bohm nella casa della madre di Lola, figura che viene direttamente dal set de ll matrimonio di Maria Braun. C’è nel film troppa disinvoltura operettistica, troppo ammiccare di personaggi, se non addirittura di attori della «famiglia» Fassbinder, i quali, caduto ormai il referente del verosimile cinematografico, citano parti già recitate. C’è l’affanno del racconto e l’enfasi del fumetto già riscontrabili in Lili Marleen, ma senza l’effetto implosivo e un po’ grottesco della passine amorosa gigantografata sullo sfondo storico. Lola stessa non è sviluppata oltre la sua immagine glamour e a discapito del personaggio va anche l’interpretazione di Barbara Sukowa, che si cala nei lustrini con la stessa teutonica fermezza con cui vestiva i panni della terrorista ne Gli anni di piombo. Dov’è finito il sorriso sardonico, lo sguardo sospeso, il «vibrato» di Hanna Shygulla? Dietro di lei ci poteva essere sì Marlene, molto più che in questa Lola, derivata dallo stesso romanzo di Heinrich Mann che ispirò L’angelo azzurro. (…)

    Lodovico Stefanoni


  4. MATTHEW Says:


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