Free Zone – Amos Gitai
ago 12, 2009 Film, Gitai Amos, Israele
Posted by
Ferdinando Verdirame
Regia di Amos Gitai
Interpreti: Hiam Abbass , Aki Avni , Makram Khoury , Uri Klauzner , Hana Laszlo , Liron Levo , Carmen Maura , Natalie Portman , Tomer Russo , Adnan Tarabshi
Altri dati Formato: DVD Durata: 90 Lingua: Area 2 Titolo originale: Free Zone Produttore: Medusa Home Video Anno di pubblicazione 2007 Codice EAN: 8009833103218 Generi: Commedia , Commedia
Dati Video Produzione: General Video Israele, Belgio, Francia, Spagna 2005 Formato: 1.85:1 Anamorfico Colore: Colore Lingue e Audio: Inglese: Dolby Digital 2.0 Sottotitoli: Italiano Tipo disco: 9 – Singolo lato, doppio strato
I contenuti
Dal regista di Kippur, un’intensa storia ambientata in Medio Oriente. Nella zona franca tra Istraele e Giordania, dove arabi e israeliani vivono e commerciano pacificamente, si intrecciano le vite di tre donne: un’americana, un’israeliana e una palestinese. In fuga dal loro passato, stanno tutte cercando una soluzione ai loro problemi e il viaggio attraverso la Free Zone fornirà loro una nuova possibilità di vita.
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Tags: Amos Gitai, Carmen Maura, Free zone, Natalie Portman, Tomer Russo
settembre 7th, 2009 at 12:26
Se col dittico Eden – Kedma Gitai aveva demitizzato la nascita di una nazione evidenziandone, da antipatriota benemerito, le matrici composite e perfino spurie nonché la carica di sopraffazione, nei film successivi è tornato a osservare il presente della società israeliana. Il condominio vociferante di Alila mostrava una società eterogenea e conflittuale al proprio interno, stretta fra memoria implacabile, rancore malcelato, miti di cartapesta, fragile e indomita speranza (affidata una volta di più a donne appassionate). Terra Promessa era lo sguardo gettato con asprezza inaudita su una terra in cui l’odio reciproco non impedisce a israeliani, palestinesi ed egiziani di allearsi per trarre sostanziosi profitti dallo sfruttamento della prostituzione.
In questo film si impone la vita quotidiana di popolazioni diverse che confliggono, coabitano, delinquono, cooperano, commerciano in un’area martoriata e vitale. Il bellico rumore di fondo non manca di condizionare l’esistenza dei singoli, e di conferire ai rapporti personali un che di astioso e di sommario, un’aggressiva concitazione. È invece venuta meno la violenta tensione formale (montaggio a strappi, instabilità dei movimenti della camera a mano, livido grigiore dell’illuminazione alternato a sciabolate di luce sui nudi corpi umiliati) dell’opera precedente: se Terra Promessa faceva venire in mente i fratelli Dardenne, qui si pensa a Tsai Ming Liang. Viene ripristinato un tono freddo, una geometria visiva con la quale il regista distanzia i personaggi mentre ne rivela l’emotività più intensa. Ma sono anche recuperate significative diversioni umoristiche: il battibecco fra i militari e Hanna; il riferimento all’Intifada, a mostrare l’abitudine al conflitto ma pure l’apparente inamovibilità di quella terribile spirale; la testarda coazione a ripetere del litigio finale.
La forma è raramente per Gitai semplice orpello o vezzo autoriale, rispondendo a precise esigenze espressive: il rigore di una drammaturgia che pochissimo concede all’espediente amichevole (ne è conferma l’assenza della pur minima traccia di compiacimento per il colore locale o il turistico esotismo dei luoghi) o alla retorica, mentre inclina talora all’oratoria civile; la costruzione paziente di figure umane d’indiretta ma vigorosa comunicativa, tanto più sorprendente se si pensa all’avarizia con cui esse si prestano all’ammicco verso il pubblico; la forza inesorabile dei movimenti di macchina, che erano prevalentemente laterali e “di sfondamento” (dall’esterno all’interno e viceversa) in Alila e qui procedono seguendo le tappe d’un viaggio, sempre in avanti, verso un orizzonte caliginoso e per nulla invitante (ma Rebecca non esiterà ad addentrarvisi); la durata eterna di piani sequenza e inquadrature fisse, che spegne la partecipazione emotiva suggerita dallo snodo diegetico.
Sono elementi costanti (si ricorderanno la scena della battaglia in Kippur, o quella della “costruzione” in Eden sulle note – ripetute fino all’ossessione – della prima sinfonia di Mahler), che consentono il distacco critico necessario antidoto ai climax drammatici. Stavolta, la provocazione si spinge al punto di piazzare uno di tali momenti all’inizio del film: la lunghissima inquadratura pressoché immobile (impercettibili i movimenti di avanzamento e rotazione che accostano il volto della protagonista), con lo schermo virtualmente tagliato a metà dal confine luce/ombra, e il primo piano di Natalie Portman che si staglia nella sua parte oscura. Uno stile tanto esigente, peraltro, sconta il peso di allegorie invadenti che non sempre si sciolgono in vicende umane d’incalzante spessore, sì da bilanciarne lo spirito didascalico; e solo di rado il vettore formale di tale spirito è così potente da diventare valore per sé e inverare la perfezione idealistica del tal contenuto, tal forma, travolgendo l’ostilità verso il dominio della didascalia e l’abuso della metafora.
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