LA GUERRA DEI MONDI DI ORSON WELLES

La guerra dei mondi di Orson Welles – Versione Italiana

À bout de soufle – Fino all’ultimo respiro – Jean-Luc Godard

Regia di Jean-Luc Godard
Interpreti: Richard Balducci , Jean-Paul Belmondo , Daniel Boulanger , Van Doude , Jean-Luc Godard , Roger Hanin , Henri-Jacques Huet , Claude Mansard , Jean-Pierre Melville , Jean Seberg

Altri dati Formato: DVD Durata: 87 Lingua: Area 2 Titolo originale: À bout de soufle Produttore: Medusa Anno di pubblicazione 2007 Codice EAN: 8032706212762 Generi: Thriller , Thriller

Dati Video Produzione: Rarovideo Francia 1960 Colore: B/N

I contenuti

Il film manifesto della nouvelle vague francese, che ha segnato un punto di svolta per il cinema e per la sua trasformazione linguistica e narrativa. Jean – Luc Godard reinventa il gangster movie secondo la sua personalissima poetica, fatta di inquadrature inusuali per il cinema classico montate secondo un progetto narrativo che lacera continuamente le abitudini dello spettatore.

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4 Responses to “ À bout de soufle – Fino all’ultimo respiro – Jean-Luc Godard ”

  1. Da Wikipedia Says:

    Opera prima di Jean-Luc Godard, viene considerato uno dei suoi capolavori e manifesto della Nouvelle Vague. Nel 1983 ne è stato girato un remake, con Richard Gere nella parte che fu di Belmondo.

    Susan Sontag ha paragonato l’impatto eversivo di questo film sul tradizionale linguaggio cinematografico a quello delle opere di James Joyce e Igor Stravinskij sulle rispettive discipline. L’insistito omaggio ad Humphrey Bogart, e la dedica iniziale alla Monogram piccola casa americana, produttrice di B-movie, come pure gli evidenti riferimenti al poliziesco americano degli anni ‘50, in questa ottica, sono l’equivalente delle melodie della tradizione russa che riaffiorano in strutture ritmiche e tonali radicalmente rinnovate in Le sacre du Printemps o Petrushka.

    Questo primo lungometraggio di Jean-Luc Godard costituisce un manifesto della Nouvelle vague. Dalla sceneggiatura approssimativa, quasi inconsistente – poche righe scritte in precedenza da François Truffaut e frettolosamente rielaborate per convincere il produttore Georges de Beauregard a finanziare il film – entro cui ampio spazio è lasciato all’improvvisazione degli attori e all’influenza dell’ambiente (Dziga Vertov e il suo manifesto Kinoki). Alle strade come set improvvisati. Alle prolungate carrellate senza binari (Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg che procedono lungo gli Champs-Élysées, ripresi da una cinepresa nascosta in una bicicletta).

    Parte della critica accusò il film di anteporre l’intento polemico contro le esauste convenzioni cinematografiche dell’epoca, all’espressione di contenuti realmente nuovi (a partire dall’esilità del soggetto). Vi fu chi scrisse: ” …la rivolta di Fino all’ultimo respiro è poco più di uno sberleffo, un atto di opaca e rinunciataria derisione…Prima o poi anche Godard verrà archiviato come un capitolo chiuso, in attesa di nuove scoperte “. (Lorenzo Pellizzari, “Cinema nuovo”, gennaio-febbraio, 1961).

    Di fatto, la destrutturazione delle regole della tradizionale narrazione filmica, per permettervi l’irruzione della realtà di un mondo in cambiamento, i film a budget ridotto, girati in pochi giorni (60), con ciò che tale novità comportava in termini di libertà espressiva e autonomia dalle imposizioni della produzione, le innovazioni del linguaggio e delle tecniche erano destinati ad esercitare un impatto permanente sui decenni successivi.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Fino_all‘ultimo_respiro_(film)


  2. Da Cinemascope Says:

    Il bandito Michel uccide un gendarme e si dà alla macchia. A Parigi rincontra Patricia, amichetta americana, mentre la polizia lo bracca.
    Il film più celebre di Jean-Luc Godard, della Nouvelle Vague e dell’intero cinema francese. La sua maggior qualità è anche, in un paradosso tipicamente godardiano, il suo peggior difetto: una sconfinata presunzione nel voler riscrivere, fino a reinventarle e oltre, le regole del genere polar-gangsteristico, che si specchia nei labbroni e nella strafottenza di Jean-Paul Belmondo. E’ anche vero che all’epoca si trattò di una sorta di luna park del proibito cinematograficamente parlando, in cui per la prima volta nella storia si poté guardare negli occhi la macchina da presa, voltarle le spalle per un minuto abbondante, ridurre in frammenti una semplice inquadratura (il cosiddetto “jump cut”), entrare in campo dalla parte opposta rispetto alla direzione in cui un altro personaggio aveva appena guardato. La sceneggiatura (di François Truffaut) è esile, infiocchettata di leziosità (”I fianchi di una donna sono commoventi”); conta soprattutto per il pollice sulla bocca di Belmondo, per l’ancheggiare di Jean Seberg sugli Champs Elysées, per la sua primigenia ….
    continua a leggere su
    http://cinemascope85.wordpress.com/2008/09/16/fino-allultimo-respiro-jean-luc-godard-1960/


  3. Da Cinemah di Bucci Mario Says:

    Parigi. Dopo tutto, sono un fesso… Il ladro d’automobili Michel Poiccard, all’ennesimo furto, si vede obbligato ad uccidere un poliziotto. La polizia però riesce ad identificarlo e la notizia è pubblicata su tutti i giornali. In giro per la capitale, Michel va da Antonio, un suo collega dal quale attende parecchi soldi e poi, in strada, Michel incontra Patrizia, una ventenne americana che vorrebbe diventare giornalista, e risalda una vecchia relazione. Dopo aver trascorso un paio di giorni nella sua stanza d’albergo, ed aver cercato di contattare invano l’amico Antonio, Michel è rintracciato dalla polizia la quale pone alcune domande a Patrizia. La coppia si rifugia a casa di una spogliarellista e qui Patrizia decide di denunciare Michel alla polizia per liberarsi dell’amore che per lui prova. Il giorno che Antonio lo raggiunge con il denaro che Michel aspettava, sopraggiunge anche la polizia che uccide Michel in fuga.

    Anarchico esordio alla regia per uno dei critici dei Cahiers du cinéma, autori del movimento di protesta intellettuale che firmò la nuova ondata di cineasti in grado di cambiare le sorti del cinema mondiale: Jean-Luc Godard. Sebbene vi sia uno stile assolutamente originale e moderno (soprattutto nella sua idea di controcinema), è bene comunque spulciare i titoli di coda per constatare che dietro questo esordio di successo (anticipato da una serie di cortometraggi) ci sono anche altri componenti della Nouvelle Vague come i registi Françoise Truffaut (autore della sceneggiatura) e Claude Chabrol (supervisore). Ancora di più dei suoi colleghi però, Godard s’inserisce nel panorama cinematografico mondiale con la stessa prepotenza con la quale il regista Orson Welles fece ingresso con il suo Quarto potere (1941). Dotato di un montaggio a singhiozzo (innovato ed esibito, mostrato esplicitamente nella sua funzione come elemento principale del cinema), di una radicalità e volontà superiore alla maggior parte delle opere prodotte durante quegli anni (scavalcamenti di campo e decostruzione della maggior parte delle regole narrative) il film ha notevoli spunti come le parlate in camera (antinarrative e che ammiccano direttamente al pubblico), le autocitazioni (la ragazza che in strada ferma Belmondo con la rivista per la quale scriveva il regista), la ripetizione delle medesime sequenze (il piano sequenza d’ingresso di Belmondo nel luogo dove lavora Antonio, ripetuto poi nell’ingresso dell’ispettore e quello della Seberg nella redazione, anche questo ripetuto dall’ispettore), la recitazione in strada con la gente che guarda in macchina, e una serie di brevi e concise battute che allargano il piano dei dialoghi con un sapore sperimentale che per certi versi (soprattutto nella lunga parte in cui la coppia è in camera da letto) ricordano i dialoghi del film Ingenui e perversi (1960) di Andrzej Wajda. L’amore per il cinema americano, per una parte del cinema americano, è evidente sin dal personaggio di Michel, duro fino all’ultimo respiro, un ribelle senza causa [i] che si atteggia a mito di se stesso, ricalcando la figura di Humphrey Bogart, ed arricchendola di boria e tic ripetitivi. Per la sua passione per i film popolari e di serie B, Godard dedicò questa pellicola (ma solo nella versione francese) ad una casa di produzione minore degli anni cinquanta, la Monogram Picture [ii]. Non è quindi solo al cinema americano che il regista volge lo sguardo, quanto anche al cinema di casa, al genere polar specialmente, che proprio grazie a questa pellicola ottenne una forte spinta di rinnovamento sia a livello stilistico che narrativo, abbandonando cioè quei caratteri ormai consolidati nell’immaginario del genere, poliziotti e gangster. Tra i vari amici che passano per questo film con piccole comparsate, i registi Melville (che interpreta lo scrittore Parvulesco), Philippe de Broca e José Bénazéraf, ma anche lo stesso Godard che interpreta il passante che denuncia Michel alla guida dell’ennesima auto rubata. Il nome falso che Michel utilizza per il passaporto è quello di Laszlo Kovàcs, cioè quello di un altro personaggio interpretato dallo sesso Belmondo in A doppia mandata (1959) di Claude Chabrol, ma è anche, per coincidenza, il nome del direttore della fotografia che dipinse i colori di Easy rider (1969) di Dennis Hopper. L’altro grande esordio della Nouvelle Vague, Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, è citato nel momento in cui viene inquadrato un cinema che ne espone i manifesti. Fino all’ultimo respiro rimane indubbiamente un gesto d’amore, l’omicidio, per il cinema. Il film ha un remake ufficiale: All’ultimo respiro (1983) di Jim McBride. Il 10 maggio 1991, a Madrid, una commissione composta fra l’altro da Federico Fellini, Manoel de Oliveira, Francesco Rosi, Krisztof Zanussi, e presieduta da Ricahrd Lester, annoverò il film di Godard tra le più importanti trenta opere del cinema europeo.
    tratto da:
    http://www.cinemah.com/neardark/index.php3?idtit=1244


  4. Da DeBaser.it Says:

    “Fino all’ultimo respiro” film di Jean Luc Godard, è un tributo al noir americano ed a Humphrey Bogart, classica icona del genere, ma è pure un ironico addio a quel modo di fare cinema, ed alla figura del gangster come era stata rappresentata fino allora, non più duro e vincente, ma un perdente senza arte nè parte.

    La trama è di una semplicità estrema: il giovane delinquente amorale e menefreghista Michel (Jean Paul Belmondo), uccide un poliziotto, mentre viaggia verso Parigi su un’auto rubata. Seppur cercato dalla polizia, riesce a raggiungere la capitale, dove trova rifugio presso Patricia (Jean Seberg) una studentessa americana che aveva conosciuto in passato, cercherà di convincerla ad andare via con lui in Italia, intanto che la polizia indaga sulla morte del poliziotto assassinato.

    Analizzando la pellicola, che altro non è che una banale storia criminale e niente più, ci rendiamo conto che alcune delle classiche regole, usate nella costruzione di un film prima d’allora, sono modificate radicalmente. La convenzionale dipendenza del regista dalla sceneggiatura, è ridimensionata, dando più spazio alla creatività dello stesso, così che l’artista può imprimere all’opera uno stile personale. In questo modo, Godard ha creato un’opera fondamentale nello sviluppo della cinematografia successiva, immettendo l’uso della telecamera a mano, ma soprattutto facendo uno studio approfondito sui dialoghi, mai volgari o artificiosi, anzi, di gusto sopraffino. Questo aspetto si nota più che altro, mentre Michel e Patricia parlano, litigano, filosofano, nella camera d’albergo della donna. Il loro modo di dialogare atipico per quei tempi, fu la prima cosa che mi impressionò quando vidi il film la prima volta, ero letteralmente affascinato dalla loro conversazione. “Perchè sei venuto qui Michel?” ” Io? Perchè ho voglia di fare di nuovo l’amore con te” ” Non è un buon motivo direi” ” Invece si, vuol dire che ti amo” Belmondo parla e si atteggia come il suo ” maestro” Humphrey Bogart, così che vive una propria realtà, perchè quella vera non gli piace, ma è spontaneo, perchè si è del tutto identificato nel personaggio, Michel è sempre se stesso, non copia il suo modello. Jean Seberg gli fa da ottimamente da spalla, ritagliandosi la personalità di una donna senza certezze, indicativa è la frase “Non so se sono infelice perchè non sono libera, o non sono libera perchè sono infelice”.

    In queste lunghe sequenze, il regista fa uso di una tecnica di montaggio mai sperimentata prima, taglia i dialoghi, e unisce scene che non hanno legame. Per esempio, Belmondo è ripreso con la camicia, subito dopo senza, oppure tiene tra le dita una sigaretta, nell’inquadratura successiva non ce l’ha più. Sorprendentemente la continuità della scena non perde in efficacia, al contrario, dà al film un inaspettato dinamismo. Questa tecnica è stata ripresa in seguito, e oggigiorno è usata nei video musicali, e nella pubblicità. In una scena Patricia cita William Faulkner ” Tra il dolore ed il nulla, scelgo il dolore, tu cosa sceglieresti? ” Michel risponde ” Il dolore è da stupidi, scelgo il nulla ” Allorchè il giovane comprende che la sua è una fuga senza speranza, diversamente dai gangster di una volta, perde rapidamente la voglia di vivere, così fugge, cosciente del nulla cui va incontro, non fa compromessi, tutto o niente. Dopo che Patricia comprenderà che non sono fatti l’uno per l’altro, finirà l’odissea di Michel, che aveva percorso Parigi nella ricerca di un po’ di soldi, per andarsene in Italia con la ragazza, in realtà senza alcun scopo.

    Con un po’ di sofferenza non descriverò l’ultima scena che ci propongono l’affascinante coppia Belmondo Seberg (Una delle più famose nella storia del cinema) per lasciare un po’ di suspense, per coloro che non hanno visto la pellicola. “Fino all’ultimo respiro” è un film sulla superficialità del vivere, il più famoso manifesto della Nouvelle Vague, ancora oggi si presenta fresco, giovane, senza aver perso niente della vitalità che aveva, quando fu mostrato la prima volta.

    http://www.debaser.it/recensionidb/ID_17135/Jean_Luc_Godard_Fino_AllUltimo_Respiro.htm


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